Paola Mattioli

Progetto e architettura del progetto fanno parte della ricerca di Paola Mattioli, che si è confrontata ripetutamente con temi politici e di attualità, anche molto forti, ma mai con l’animo della reporter, bensì con lo sguardo rivolto all’interno, all’indagine più profonda che interessa il soggetto rappresentato e la sua narrazione.

Il suo amore per Ugo Mulas e per la statunitense Lee Miller conferma, infatti, che la forza dell’idea è la sola in grado di rendere la fotografia arte a tutti gli effetti, facendo a meno della emotività.

Fiorella Cagnoni aveva parlato di “misteriosità”, mentre scriveva sul lavoro di Paola Mattioli nella pubblicazione Donne irritanti.

Le sue opere, anche quando non sembra, sono finestre sul mondo, spiragli di luce alla ricerca di un perché attraverso un come.

Si tratta di un lavoro di grande e costante attenzione ai dettagli, anche quando si vuole mettere a fuoco un sentire, un voler entrare nel soggetto, come in una sorta di identificazione.

Se è vero che oggi tutti noi ci sentiamo un po’ fotografi, perché i nostri cellulari ci consentono di scattare e trasformare immagini, è pur logico pensare che lo sguardo del ricercatore, la scoperta, la bellezza, non sono appannaggi, per fortuna, degli strumenti tecnologici.

La mostra si articola in un percorso che sintetizza in circa settanta lavori (quasi tutti in bianco e nero) la carriera artistica della fotografa, attraverso una selezione di alcune delle sue più note serie quali gli Autoritratti (1977), Carcere (1999), Nanetti (2000), Capolavoro (2003).

Il ritratto, tema sul quale si è concentrata l’attenzione dei media fin da subito, si affranca dalla descrittività e punta, come un bisturi, alla vivisezione della personalità presa in esame. Se stessa, la figlia Toni, ma anche artiste, detenute. E’ un’affermazione di ribellione quella che mette in scena Mattioli, militante femminista e attenta osservatrice della dimensione del lavoro, nelle fabbriche, così come nei bazar.

Il viaggio, però, che nasce dai volti e che si snoda nei luoghi, è inteso, a mio parere, come viaggio interiore, di natura filosofica, quasi metafisica. Il crepitio di un fuoco acceso, l’irruenza di un’onda, una tenda mossa dal vento, rappresentano quell’energia che nelle foto dell’artista si può respirare, condividendo con lei un’esperienza che non fa differenza tra cose e persone.

Vitalità dell’immagine è la possibilità di far rivivere quell’istante immortalato in un “click”, che nega l’aneddotica e che rifugge da una sentimentalistica emotività.

Tra figurazione e astrazione si snoda il percorso delle immagini viste “a una sottile distanza”, come recita il titolo di una mostra personale realizzata nel 2008, e assemblate come in un gioco di associazioni libere in cui ombre e luci, vuoti e pieni, geometrie e volti, si rincorrono l’un l’altro senza soluzione di continuità.

Opera aperta, dunque, per essere riletta anche a distanza di anni dalla sua realizzazione. Ed è proprio nell’allestimento, nell’ars combinatoria dei soggetti, che si racconta un nuovo percorso.

Quanta poesia si trova in un velo di plastica, o in una turbina, o ancora nello scintillio di una fiamma ossidrica accesa, almeno quanto in una rosa nera dentro un vaso. Alto e basso, se così possiamo dire, si mescolano con quel gioco che Mattioli fa citando la spiegazione che il vocabolario Devoto – Oli dà della parola “capolavoro”, a cui si potrebbe aggiungere per affinità l’espressione “fatto a regola d’arte”, che generalmente si usa per l’operaio specializzato o l’artigiano.

Mi preme sottolineare anche il processo delle sequenze, con le quali l’artista scandisce il tempo e lo spazio. Se pensiamo ai dittici, ad esempio, e alle serie, ci rendiamo conto immediatamente che l’idea assolutistica dello scatto magico che immortala l’attimo, è lontanissima dal sentire di Paola Mattioli. Eppure è verità, molto semplicemente.

Consapevolezza e impegno politico, sì, ma anche ironia e autoironia, come quando qua e là affiorano particolari dei sette nani della Biancaneve disneyana. Sono quei nanetti che popolano alcuni giardinetti domestici che sollecitano lo scherzoso intervento di Paola Mattioli, così come la piccola scultura che rappresenta uno zebù.

Quando, allora, parliamo di reportage, credendo di parlare di operazioni fotografiche istantanee che vivono della cronaca e che nascono, ad esempio, nel momento in cui si consuma l’azione, siamo molto lontani da una analisi corretta.

Ci facciamo tradire da un’idea romantica e irreale della rappresentazione di fatti o di eventi storici. Anche in passato possiamo riscontrare casi divenuti emblematici nella storia della fotografia, di situazioni e protagonisti raccontati, a volte, con un’enfasi e una retorica particolari sì, ma men che meno oggettive. E’ stato così per il reportage di guerra, e per soluzioni a conflitti scatenati, per esempio, o per spodestare un dittatore. Per non parlare di documenti e filmati.

La lucida analisi di Paola Mattioli dà voce a ciò che lo sguardo della fotografa capta al di là di ciò che vede.

Nel raggruppamento di queste immagini in mostra si genera un’altra fotografia, un’altra interpretazione del reale, che sembra dirci che questo linguaggio può dare origine a tanti racconti diversi, contro qualsiasi forma di stereotipo.

Paola Mattioli lavora liberamente, pur nel rigore, poiché quelle ombre di cui la critica ha molto parlato, quelle ombre che invadono i luoghi, che coprono la vista del suo ritratto, sono come riletture delle identità.

Per quanto la lucida interpretazione sia il filo di Arianna del suo lavoro, le fotografie contengono il senso stesso dell’enigma. Le vediamo, le studiamo, eppure ci sfuggono, vivono di vita propria, e sono depositarie di un mistero che non siamo in grado di decifrare. E proprio attraverso questo enigma possiamo rivedere le opere di Paola Mattioli, decontestualizzate e ricontestualizzate in questa personale, con uno sguardo diverso, quello sguardo a lei tanto caro che ci deve saper sorprendere continuamente.

Info: Nuova Galleria Morone Milano